Trasformare la sofferenza. L’arte di generare la felicità

di Thich Nhat Hanh

Il fango non ha un buon odore, mentre i fiori di loto hanno un ottimo profumo. Se non c’è fango, il fiore di loto non si manifesta: non si possono coltivare fiori di loto sul marmo. Senza fango non può esserci nessun fiore di loto.

Nel mezzo del rumore, della confusione e della violenza contemporanea, un monaco buddhista vietnamita stabilitosi in Francia dal 1982, ci riporta con semplicità e abile maestria alla presenza qui e ora!

Chi l’ha incontrato “in carne e ossa” non l’ha più scordato: Thay – così chiamato dai discepoli – è un vero e proprio guerriero di pace, perché è sempre presente, come ha potuto dimostrare anche e soprattutto in “tempo di guerra” …

“No mud, no lotus” è il titolo originale di questo breve testo che ribadisce il concetto di co-appartenenza e co-esistenza degli opposti nel nostro mondo duale: non possiamo cambiare il mondo direttamente, ma solo indirettamente cambiando prima la nostra mente!

Non c’è niente di nuovo dal tempo di Buddha, l’insegnamento è ancora lo stesso e la condizione dell’uomo non è cambiata, malgrado le apparenze: la vita è sofferenza. Allora che fare?

“Se sai fare buon uso del fango puoi coltivare bellissimi fiori di loto. Se sai fare buon uso della sofferenza puoi generare felicità.”

Il primo passo per trasformare la sofferenza è riconoscerla: quando la sofferenza si manifesta bisogna solo riconoscerla, non dobbiamo negarla o sopprimerla. Purtroppo nel quotidiano siamo sempre sopraffatti dal “dialogo interiore” che ci distrae dalla presenza qui-e-ora!

Basta fermarsi e respirare con consapevolezza, così mente e corpo si riunificano. Infatti tutta la nostra vita è schizofrenica, e per liberare la mente è necessario prima riportarla nel corpo: solo allora il nostro dialogo interiore si interrompe.

“Ogni sensazione è come un nostro figlio, la sofferenza è un bambino ferito che ci chiama a gran voce. Noi però ignoriamo la voce di questo bambino…”

Ma l’insegnamento di Thay non è così banale come potrebbe sembrare, perché in parole semplici qui c’è tutto l’insegnamento del buddhismo tantrico:

“La sofferenza è un’energia, la presenza mentale è un’altra energia, a cui possiamo ricorrere perché venga ad abbracciare la prima.”

Perciò non abbiamo scuse! La pratica non consiste nel combattere la sofferenza, ma nel riconoscerla e integrarla nello stato di presenza mentale: et voilà!

Ps: se vuoi il Nirvana è proprio qui!

B-Atman

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