Evola, Meditazioni delle Vette

Non è uno dei libri più famosi del Maestro Evola, perché è un libro che solo un Eroe può davvero capire fino in fondo.

L’esoterismo si pensa sia un concetto astratto, fatto di erudizione elitaria, se non di stravaganze ridicole (per non parlare dei poveri diavoli sviati), eppure così non è.

L’esoterismo è vissuto contemporaneamente a diversi livelli: folgore, è lo squarcio del velo che imprime nell’iride la nostalgia d’un Paese di cui ci si ricorda, ma che non si riesce a comprendere con le forme usuali della vita degli uomini. E la Via è ritrovare quella Città.

Pertanto, solo chi davvero vive la vita dell’eremita cosmico (la non-vita dell’eremita cosmico), può assaporare fino in fondo questo testo sublime, fatto di esperienze e di riflessione.

Evola infatti riflette la solitudine e la grandezza della montagna, compie la trasfigurazione delle forme sensibili, combatte per lo Spirito che tutto vivifica ma che non si trae se non nel punto più alto, o nell’abisso più profondo.

Egli ci dice:
“La natura profonda dello Spirito che si sente infinito e libero, sempre al di là di se stesso, sempre al di là da ogni forma e d’ogni grandezza che si trovi in sé e fuori di sé, si sveglia e riluce nella “pazzia” di costoro che senza uno scopo, senza una ragione, si lanciano fra le vette e i crepacci con una volontà che si impone alla fatica, alla paura, alla voce dell’istinto animale di prudenza e di conservazione.
Sentirsi lasciati a se stessi, senza aiuto, senza scampo, vestiti soltanto della propria forza e della propria debolezza, senza altro che sé a cui chiedere, e portarsi innanzi di roccia in roccia, di appiglio in appiglio, inflessibilmente, per ore, e il senso dell’altezza e del pericolo imminente, inebriante, e il senso della solitudine solare, e il senso di indicibile liberazione e di respiro cosmico alla fine, all’attingere le vette, quando la lotta è vinta (…) in ciò vi è veramente una catarsi, uno svegliarsi, un rinascere in qualcosa di trascendente, di divino”.