“L’Insegnamento dei Monaci Guerrieri. La Via Occidentale: i Templari” di Roberto Giovagnoni

L’INSEGNAMENTO DEI MONACI GUERRIERI

LA VIA OCCIDENTALE: I TEMPLARI

 

“Io sono un Monaco guerriero.

Io sono il creatore della mia realtà, il Re del mio Regno.

Io Non temo nulla, Io Vivo nel presente. Io sono centrato perfettamente in me stesso, Gli eventi non accadono a me, bensì dentro di me. Il mondo è una mia completa creazione, e se io cambio, il mondo è costretto a seguirmi. La mia anima è impeccabile, le mie azioni sono integerrime, la mia vita è degna di essere vissuta”

 

Nella vita vi sono momenti in cui le certezze vacillano, vengono meno gli affetti, le passioni e tutto quello che aveva determinato la nostra esistenza…

Ci sentiamo vuoti, strani… …il corpo ci rimanda strane sensazioni… piccoli doloretti… tensioni muscolari… vorremmo fuggire dalla routine quotidiana…ma il nuovo ci spaventa…

Il cammino lungo il sentiero dell’esistenza ci permette confronti e riscontri… parliamo con gli amici… cerchiamo informazioni in internet… ci documentiamo sui libri… partecipiamo a conferenze… facciamo esperienza di corsi e laboratori… facciamo un “percorso di crescita personale”…

Il percorso ci aiuta ad entrare in contatto con il “nostro centro”… la nostra essenza più pura…

L’esistenza fatta fino al momento del contatto, dell’introspezione, si palesa di fronte a noi come un cortometraggio… osserviamo gli episodi della nostra vita… momenti di gioia… dolori… successi … sconfitte… Dal buio inizia a sorgere “la domanda”: chi sono io…?

Per rispondere a questa richiesta che arriva dal nostro profondo iniziamo a valutare e rivalutare la nostra vita. Ci interroghiamo su ciò che stiamo facendo ora e su ciò che abbiamo fatto… ed a volte ci rendiamo conto che stiamo vivendo l’esistenza di qualcun altro .….

E’ questo il preciso istante in cui il “monaco guerriero” che dorme racchiuso in noi “ritorna in vita”….

La sua energia, di nuovo “libera” ci da vigore e forza. Parole antiche come coraggio, lealtà, onore, gentilezza, benevolenza riecheggiano nuovamente nella nostra mente…

Ma chi erano veramente quei Monaci Guerrieri che il cinema e la televisione occidentale ci sintetizza nella figura dei cavalieri templari? Quali erano i valori su cui basavano l’esistenza?

 

I Templari

Ognuno di noi ha sentito parlare della cavalleria e dell’ideale cavalleresco. Tutti nell’infanzia abbiamo amato la storia di Re Artù e di Lancillotto e a volte abbiamo sognato di salvare una bella principessa….. Rievocare queste storie ci fa tornare un poco bambini….

Ma chi erano veramente i cavalieri….?

Fin dal Medioevo la cavalleria fu fortemente “idealizzata”.

La nobiltà feudale europea in realtà era rissosa e violenta e non si identificava con valori e virtù. I castelli ed i borghi venivano attaccati da bande di uomini in armi che, nonostante si proclamassero cavalieri, non si differenziano dai comuni briganti.

Il cambiamento della situazione avvenne in concomitanza con la prima crociata. Nel concilio di Clermont e nel successivo incontro di Piacenza, Papa Urbano II, esortò la nobiltà europea a prendere la Croce ed a liberare con le armi il Santo Sepolcro caduto nelle mani dei Turchi.

Si sviluppò un gran fervore mistico. La cavalleria iniziava ad avere uno scopo concreto ed una precisa guida morale…

Questo alto ideale viene definito in modo più specifico da San Bernardo di Chiaravalle nel De Laude Novae Militie. Il religioso parla della necessità di costituire un gruppo di miliziani cristiani che abbiamo sia la qualità del monaco che quella del cavaliere ( questi soldati cristiani saranno rappresentati dagli ordini cavallereschi impegnati nella difesa dei Regni crociati in Terrasanta):

essi saranno più miti degli agnelli e feroci come i leoni, a tal punto che esito se sia meglio chiamarli monaci o piuttosto cavalieri. Ma forse potrei chiamarli più esattamente in entrambi i modi, poiché ad essi non manca né la dolcezza del monaco e né la fermezza del cavaliere”

 

Nascita dei templari

Dopo la conquista di Gerusalemme, avvenuta il 14 giugno del 1099 ad opera dei crociati, guidati da Goffredo di Buglione, la maggior parte dei Cavalieri giunti dall’Europa per il “pellegrinaggio in armi”, tornarono alle loro case ed all’amministrazione dei propri feudi.

I neonati Regni Crociati si ritrovarono senza “miles” esperti, circondati da un mondo musulmano logicamente ostile che bramava e cercava in ogni modo di riconquistare la terza Città Santa dell’Islam – Al Q’ud la “Città più Lontana o ultima” – Gerusalemme.

La conquista della città Santa, per contro, provocò un’ondata di entusiasmo e fervore mistico in tutti i regni europei.

Al fine di pregare Al Santo Sepolcro, migliaia di pellegrini si misero in viaggio tra pericoli, difficoltà e stenti.

Gli europei potevano raggiungere la terra Santa in due modi: via terra, percorrendo il territorio dell’impero bizantino e dei suoi stati vassalli oppure via mare trovando un posto nelle navi che salpavano quotidianamente dai porti italiani verso il medio oriente.

All’arrivo in Palestina, gli occidentali, si trovavano di fronte ad un “mondo nuovo”. Colori particolari, culture a contatto ed a confronto, lingue e modi sconosciuti. Ma non era proprio un mondo “idilliaco”. Bisognava attraversare zone malsane e guardarsi da truffatori e briganti… molte carovane venivano attaccate, molti pellegrini rimanevano feriti o venivano uccisi, altri venivano ridotti in schiavitù.

Il neonato regno di Gerusalemme, ed il suo nuovo sovrano, Baldovino, fratello del conquistatore della città Goffredo di Buglione, non aveva le risorse per poter accudire e difendere queste folle che, armate solo delle fede, arrivavano dal mare.

Narra la leggenda che, nel 1118, nove nobili cavalieri di Francia, capitanati da Hugues de Payns, vassallo del Conte di Champagne, e da Geoffroy de Saint-Omer, crearono, su sollecitazione di Bernardo, abate di Clairvaux e riformatore dell’Ordine monacale dei Cistercensi, un ordine religioso-militare, i Poveri Cavalieri di Cristo, con lo scopo di proteggere, appunto, le folle di pellegrini che si recavano in Terra Santa. Baldovino I, Re Latino di Gerusalemme, concesse loro l’uso dell’ala orientale del suo palazzo che sorgeva sulle rovine del Tempio di Gerusalemme. Da questa sede “improvvisata”, gli appartenenti all’ordine presero il nome di Templari. Per nove anni questi cavalieri vissero in Terrasanta, facendo voto di povertà, castità ed obbedienza ed impegnandosi a stare “costantemente in armi” per adempiere alla loro funzione di servitori e protettori. Nel 1128 il Concilio di Troyes riconobbe ufficialmente l’Ordine del Tempio e ne sancì le regole. I membri dell’Ordine erano obbligati a portare abiti e mantelli bianchi. Erano suddivisi in Cavalieri, Cappellani, Sergenti, Artigiani ed erano comandati da un Gran Maestro che dipendeva direttamente ed esclusivamente dal Papa. I templari non dovevano obbedienza a nessun potere temporale od ecclesiastico, eccetto quello Pontificio.

Durante i due decenni successivi al Concilio di Troyes, i Templari crebbero notevolmente di numero.

Ottennero numerose terre e castelli in tutta Europa e ben presto in alcune zone, come la Francia ed il Portogallo divennero più potenti degli stessi sovrani. Dimostrarono immediatamente grandi capacità amministrative e manageriali.

Tutta la forza non combattente dei templari era diretta a raccogliere fondi ed organizzare la logistica necessaria per la difesa dei luoghi Santi.

Ma come avveniva concretamente tutto questo?

Facciamo un esempio: il Tempio era una potenza multinazionale. Riceveva tantissime donazioni sotto forma di terreni da nobili famiglie feudali presenti in tutta Europa.   Subito nasceva un problema. I terreni si trovano in regioni distanti e con caratteristiche agricole estremamente variegate. Al fine di massimizzare la redditività delle prebende ottenute,  esperti amministratori e legali dell’ordine si prodigavano in una complessa operazione di permuta delle donazioni, in modo da acquisire terreni vicini ed adatti ad una agricoltura intensiva. Successivamente i confratelli con conoscenze agronomiche si adoperavano per ricercare tecniche alternative che potevano essere implementate anche grazie alla tecnologia innovativa messa a punto dai monaci artigiani.

Rispetto al grande apparato logistico ed amministrativo presente in Europa, i cavalieri e sergenti combattenti dell’ordine presenti in Terrasanta furono sempre un numero estremamente esiguo.

Fonti dell’epoca e studi storici hanno parlato di un massimo di 300/500 cavalieri in armi nei periodi di massima fioritura dell’ordine.

La disparità di numeri tra forze logistico/amministrative e forze combattenti impegnate nella difesa dei luoghi Santi produsse fin dal medioevo, la nascita di equivoci, dicerie nei confronti del Tempio … si iniziò a parlare di oscuri giochi di potere, contatti con conoscenze segrete ed ambienti eretici…

Queste voci si amplificarono dopo la fine della crociate a seguito della sconfitta e della perdita di S. Giovanni d’Acri da parte dei Cristiani (1291).

Senza l’impegno bellico in Terrasanta, la principale occupazione dell’ordine divenne l’attività bancaria. Il Tempio dimostrò di essere l’unica organizzazione in grado di assicurare alle grandi famiglie dei Principati latini il trasferimento dei tesori presenti in Palestina verso l’Occidente. Si trattò della prima esportazione di capitali della storia. Grazie alle commissioni di servizio riscosse (l’ortodossia Cattolica vietava di dare denaro in prestito ottenendo un interesse in cambio) dai fruitori dell’operazione i Templari edificarono un sistema bancario di concezione moderna, inventando nuovi strumenti di credito, come l’assegno e il traveller’s cheque. Il denaro depositato in una città, per esempio, poteva essere richiesto e depositato in un’altra, per mezzo di lettere cambiarie. Il Tempio divenne, così una vera e propria multinazionale finanziaria con un potere economico smisurato. I Templari accumularono immense ricchezze, edificarono circa novemila castelli, chiese e edifici (caratterizzati spesso da una pianta circolare) in tutta l’Europa. Nessuno dei sovrani d’Europa, per gran parte indebitati con l’Ordine, poteva ormai prendere decisioni senza consultarli.

I Templari erano diventati troppo potenti… la loro fine si stava avvicinando…

 

Le accuse e la fine dell’ordine

I Templari in tutte le province hanno idoli, alcuni con tre facce, altri con una faccia sola, e certe volte un cranio umano; e tutti, o molti, o alcuni li adorano nelle loro assemblee come un Dio che può salvarli, arricchirli, far germinare la terra e far fiorire gli alberi … Essi adorano un certo gatto che talvolta appare nelle loro assemblee, e ciò in vituperio di Gesù Cristo e della vera fede …”

Il Re di Francia Filippo IV il bello, forte delle voci, delle calunnie che da ogni parte venivano sussurrate nei confronti dell’ordine passò all’azione. Nella notte di giovedì 12 ottobre 1307 fece recapitare ordini segreti sigillati ai suoi siniscalchi in tutto il paese. Gli ordini vennero aperti simultaneamente e subito eseguiti all’alba di venerdì 13 ottobre. In seguito a queste direttive tutti i Templari di Francia vennero arrestati. I cavalieri si lasciarono prendere senza opporre resistenza, sicuri della loro innocenza. Sottoposti a durissime torture, allo stremo delle forze, confessarono colpe gravissime: eresia, idolatria, negromanzia, sodomia.

La confessione di indolatria ed eresia impose alla chiesa di intervenire.

Nel 1312, una bolla Papale (concilio di Vienne) ratificò “con amarezza e tristezza” lo scioglimento e la soppressione dell’ordine.

 

Destino dell’Ordine

Quale fu il destino dei Templari successivamente al decreto di formale di soppressione?

L’Imperatore ed il Papa ordinarono ai Sovrani ed ai principi europei di arrestare i monaci guerrieri in ogni paese, ma le richieste Imperiali e Papali vennero fortemente disattese.

Tantissimi confratelli trovarono rifugio presso gli ordini gemelli degli Ospitalieri e dei Teutonici mentre in Scozia e in Portogallo le accuse del Re francese e gli ordini del Papa vennero completamente ignorati.

In Portogallo i templari vennero annessi all’Ordine neocostituito dei Cavalieri di Cristo. In Scozia i cavalieri poterono unirsi all’Ordine Reale di Scozia, di cui il re Roberto I° (Robert de Bruce) era Gran Maestro, oppure entrare nell’Ordine di Heredom, sotto la tutela della nobile famiglia Sinclair, di origine normanna.

 

Le virtù guerriere degli antichi cavalieri templari: strumento per la vita quotidiana

Abbiamo fatto insieme questo breve e rapido viaggio nella storia dei “Poveri Cavalieri di Cristo”.

Ora concentreremo la nostra attenzione sui valori e le virtù che idealmente caratterizzavano l’esistenza dei Monaci e che gli studiosi della tematica sintetizzano in:

coraggio, giustizia, temperanza, saggezza e benevolenza.

Una delle verità fondamentali su tutte le virtù è che esse hanno una natura “correttiva”, poiché ciascuna emerge nel momento in cui è presente una tentazione a cui resistere o una debolezza a cui cercare di porre rimedio.

Il coraggio nasce dalla paura, la temperanza nasce dalla superbia, la saggezza nasce dall’ignoranza, la giustizia nasce dalla nostra difficoltà di accettare le regole, la benevolenza nasce dall’egoismo.

 

Il coraggio

Diteci dove si sono i nemici… non ci interessa il loro numero”

(motto Templare)

Il coraggio si può definire come l’abilità di compiere le azioni necessarie per affrontare la paura.

Nel nostro immaginario le azioni coraggiose si collegano ad epiche battaglie o a interventi durante incidenti o catastrofi naturali. Ma secondo i principali studiosi del tema esiste anche un altro tipo di coraggio, meno celebrato e meno visto, che emerge sotto forma di compostezza nelle situazioni che viviamo tutti i giorni. Imparando a restare calmi davanti ai numerosi contrattempi ed alle piccole minacce di una giornata tipo, si acquisisce un coraggio che magari potrebbe anche esprimersi ancor più pienamente in situazioni straordinarie.

Il filosofo Indonesiano Chogyam trungpa paragona un uomo coraggioso ad una tigre:

la tigre cammina lentamente attraverso la giungla, con attenzione. Ma è rilassata, non teme nulla in quanto conosce perfettamente le sue possibilità ed i suoi limiti. Dalla punta del naso alla punta della coda non c’è un solo fremito. I suoi movimenti assomigliano ad onde; nuota nella giungla. La sua circospezione è accompagnata da rilassatezza e sicurezza. E’ questo suo atteggiamento la migliore analogia con il coraggio del guerriero”

 

La giustizia

Per giustizia si può intendere dal punto di vista filosofico la disposizione a governare la propria condotta secondo determinate regole e valori.

Questo sul piano individuale si concretizza con il concetto di onore ed integrità morale, vivere con onore ed integrità vuol dire avere dei valori personali, rimanere umili e rifuggire da orgoglio e superbia. Nel primo atto dell’amleto alcune parole sintetizzano questo concetto: “comportati con onore, anche se questo non ti procura gloria. Rimani fedele a te stesso”

Nel rapporto con l’altro invece si sviluppa con la pietà e la lealtà.

Il concetto di pietà è molto importante. Infatti molte volte la nostra idea di giustizia ha un connotato molto “retributivo”, diamo un “valore” agli atti di giustizia, chiedendo agli altri di onorare i propri doveri.

La pietà invece introduce una giustizia non ripagata e dal punto di vista marziale si traduce nella consapevolezza dell’esistenza di qualcosa più prezioso dell’io

La lealtà è un altro aspetto fondamentale nelle virtù del monaco guerriero.

I giuramenti di fedeltà e rinuncia al tradimento erano parte integrante delle cerimonie cavalleresche ed uno degli insulti peggiori che si potessero rivolgere ad un nobile medioevale era “traditore

Prendiamo spunto ancora una volta dal filosofo indonesiano Chogyam trungpa:

uno stato degno dell’esistenza si esprime tramite la postura. Quando siedi diritto, comunichi a te stesso ed al resto del mondo che vuoi essere un guerriero, un essere pienamente umano. Una postura eretta, uno sguardo sincero e diretto, una voce dolce e ferma e un’espressione franca sono associati a una persona piena di dignità. Se si impara a presentarsi così si riconosce al proprio io piena dignità. Trattare se stessi in questo modo può essere un incentivo ad assumere un comportamento onorevole per conservare il rispetto di sé. Quando parli con gli altri non calunniarli e non lusingarli. Tiene fede alla parola data e mostra rispetto per chiunque, qualunque sia la sua condizione”

 

La temperanza

Si narrà che il tempio di Apollo nell’antica città Greca di Delfi contenesse scolpite al suo ingresso due massime.

conosci te stesso” e “niente in eccesso

E’ proprio il concetto di “niente in eccesso” che sintetizza e descrive la virtù della temperanza.

La temperanza si esprime su piano individuale con l’umiltà che è un equilibrio tra superbia e bassa autostima.

Nella nostra società tecnologica il concetto di umiltà è fortemente osteggiato. Una persona umile che non si mette in evidenza è vista come non pro-attiva e non adatta ad emergere. Questo individuo, viene detto, non farà successo e resterà nell’ombra.

I ragazzi vengono incentivati a comportarsi in modo completamente opposto al modello che stiamo descrivendo in quanto gli educatori hanno timore che perdano stima in se stessi.

In realtà per i filosofi niente è più errato di queste affermazioni: infatti è proprio colui che possiede un’altissima autostima che può dimostrarsi umile. Egli non ha bisogno di apparire, di mostrarsi, ma solo con la sua presenza e le sue azioni si mette in evidenza. E’ autorevole.

L’altra forma di temperanza che andiamo a prendere in considerazione è l’autocontrollo.

L’autocontrollo è visto come la capacità di avere un perfetto dominio di se stessi. Questo dominio sull’io ci permette di raggiungere i nostri obiettivi e si estende a pensieri, emozioni comportamenti.

 

La saggezza

La saggezza viene definita come la capacità di applicare correttamente le proprie conoscenze per la risoluzione dei difficili problemi della vita.

La saggezza in pratica si concretizza in tre fasi distinte. La prima è di natura percettiva. Il saggio sa distinguere tra gli aspetti importanti e marginali di una determinata situazione, vedendo quello che accade davvero senza lasciarsi distrarre da elementi secondari.

La seconda fase è di natura deliberativa. Il saggio decide quali obiettivi perseguire in una determinata situazione e come conciliarli con gli obiettivi importanti (esempio come raggiungere il successo professionale senza trascurare la famiglia). La terza fase è fare una scelta ragionata tra diverse possibili strategie per raggiungere l’obiettivo desiderato e decidere come metterla in pratica.

Secondo molti studiosi per educarsi alla saggezza è importante imparare a pensare: “riflessivamente, dialogicamente e dialetticamente”, concetti molto difficili che proveremo a sintetizzare.

Il pensiero riflessivo: il pensiero riflessivo richiede di essere consapevoli dei propri processi intellettuali, sia per quanto riguarda le proprie conoscenze che i propri valori.

Ciò ci porta a considerare qualsiasi opinione rispettabile, ad accettarla, ma anche a tenere in grande conto le nostre idee avendo la consapevolezza di poterle e saperle difendere di fronte ad altri.

In questo caso il conflitto di opinione diventa un occasione di crescita. Non prendo nulla sul piano personale, accetto che l’altro pur avendo un opinione diversa dalla mia sia comunque intelligente e rispettabile.

Il pensiero dialogico: il pensiero dialogico parte dal presupposto che non bisogna dare nulla per scontato, bisogna accettare molteplici punti di vista e considerare l’idea che un problema possa avere più di una soluzione

Il pensiero dialettico: il pensiero dialettico ci richiede di pensare per paradossi. Di valutare un problema in base alla sua contraddizione, in base a ciò che esso non è. Questa modalità di pensiero da grande valore all’esperienza diretta ed alla logica del fare. Inoltre ci permette di vedere anche i punti di forza e le aree di miglioramento di un progetto.

Se vogliamo ulteriormente ridurre e semplificare l’argomento potremmo dire che la saggezza è una sintesi tra conoscenza, esperienza e praticità e si fonda sulla continua ricerca secondo il principio che non si smette mai di crescere e di imparare.

 

La benevolenza

“Quando sguaini la spada, non pensare mai a chi puoi uccidere, ma a chi devi risparmiare” (motto Templare) 

La parola benevolenza deriva da due vocaboli latini che vogliono dire “volere il bene”.

Un atto di benevolenza è un gesto che scaturisce da un senso di attenzione verso il prossimo, teso ad alleviare le sue sofferenze o accrescere la felicità del destinatario. Un individuo benevolo è una persona che si prende cura degli altri esseri umani, è interessata al benessere altrui ed è motivata a compiere azioni finalizzate al bene senza volere un tornaconto.

Una persona benevola è anche indulgente e quindi si dimostra sempre disponibile a perdonare i torti che subisce. Una persona benevola mostra anche compassione ed ha attitudine a appoggiare, aiutare e comprendere l’altro quando questi soffre o è in difficoltà.

La benevolenza diventa essenziale per sconfiggere il proprio ego. Nel bushido giapponese, il codice etico dei samurai si pone molta enfasi sul principio del “bushi no nasakè – la tenerezza del guerriero”.

Ciò si concretizza nel principio che man mano che la nostra forza e le nostre capacità aumentano, cresce il numero di persone di cui ci assumiamo la responsabilità, come pure il grado di sollecitudine che dobbiamo dimostrare.

 

I misteri del tempio

Secondo molti ricercatori l’ordine del Tempio non si estinse definitivamente nel 1307…

Il mito dei Monaci Guerrieri è ancora presente oggi nel nostro immaginario collettivo.

L’idea che i Templari esistano ancora, che i loro discendenti siano depositari di segreti particolari ha alimentato tutta una serie di studi sui “misteri legati all’ordine”.

Per concludere il nostro viaggio in compagnia dei Monaci Guerrieri della tradizione cristiana vi presento alcuni spunti per favorire la vostra curiosità e la vostra voglia di approfondire….

 

L’elisir di lunga vita

Nel medioevo l’età media della popolazione era intorno ai 40 anni.

I Monaci guerrieri che non venivano feriti o uccisi sul campo di battaglia, dimostravano un’inusuale longevità, arrivando a 60-70anni.

Questa particolarità alimentò, anche nello stesso periodo medioevale, l’idea che i templari fossero degli esperti alchimisti e che avessero scoperto l’elisir di lunga vita…

Studi recenti hanno dimostrato che la realtà non era poi così distante dalla fantasia…

In una società medievale, carnivora e dedita alle più sfrenate gozzoviglie, i Cavalieri Templari si distinguevano per l’adozione di un’alimentazione equilibrata e sana, che nutriva senza appesantire.

I primi membri dell’ordine, giunti in Terrasanta, si trovarono ad affrontare un ambiente ed una realtà ben diversi da quelli del continente europeo.   Un Clima caldo ed asciutto, malattie sconosciute e un ritmo esistenziale inconsueto.

Tutto ciò obbligò i Monaci a modificare alcuni aspetti del quotidiano vivere occidentale come alimentazione ed igiene personale. Essi Compresero che se volevano sopravvivere e mantenersi sani, era indispensabile adottare nuovi criteri di nutrizione e fare proprie le abitudini igieniche medio-orientali. Abolirono perciò i grassi, l’uso smodato e continuo delle carni e, fedeli alla Regola che proibiva loro la caccia, eliminarono dai pasti la selvaggina. Anche il vino venne dispensato con moderazione in quanto i guerrieri dovevano essere sempre vigili e pronti al richiamo della battaglia.

La Regola, manuale di vita dei Cavalieri Templari, ne codificò anche l’alimentazione. L’articolo X stabiliva quanto segue: “Tre volte per settimana vi sia sufficiente di rifocillarvi di carne, a meno che non cada il giorno di Natale, di Pasqua, la festa di Santa Maria, di Tutti i Santi, perché il troppo mangiar carne guasta la salute del corpo“. Per tale motivo, l’uso della carne venne limitato ed essi privilegiarono il pesce, le uova, i formaggi, i legumi e le verdure. Naturalmente il posto d’onore spettava al pane, quel pane che troviamo menzionato innumerevoli volte, come nell’articolo XV che recita così: “Sebbene il premio della povertà, che è il Regno dei Cieli, si debba senza dubbio ai poveri, a voi tuttavia, ordiniamo di dare ogni giorno al vostro elemosiniere la decima parte del pane”; tali razioni, stornate dalla mensa templare, venivano distribuite ai bisognosi.

Le disposizioni alimentari adottate in Terrasanta, dalla casa madre dell’Ordine, furono estese alle altre case, presenti in tutti i territori del continente europeo. A seconda delle zone ebbero, pur rispettando la Regola di base, delle lievi modifiche, dovute al tipo di produzione esistente in quei luoghi. Poiché ogni casa doveva vivere e mantenersi con ciò che produceva, l’alimentazione delle precettorie si basava sui prodotti locali integrata, talvolta, da doni di privati o insaporita dalle spezie che l’Ordine importava in grandi quantità dall’Oriente e vendeva nei mercati occidentali.

 

Gli scavi misteriosi nei sotterranei del Tempio di Salomone

Da recenti studi si evince che i Templari, nel momento della loro fondazione, rimasero a lungo a scavare tra le rovine del Tempio di Gerusalemme e che, anzi, come afferma lo storico Gaetan Delaforge:

“La missione reale dei primi nove cavalieri consisteva nel condurre delle ricerche in quell’area, onde riportare alla luce certi resti e manoscritti che serbavano racchiusa l’essenza delle arcane tradizioni del giudaismo e dell’antico Egitto, alcuni risalenti, con tutta probabilità, all’epoca di Mosè” 

In effetti, a molti metri di profondità sotto il luogo dove sorgeva il Tempio, giacevano le grandi stalle di Re Salomone, rimaste intatte e sigillate dai tempi della Bibbia. L’enorme rifugio sotterraneo veniva descritto come “una stalla di tale capienza ed ampiezza da poter ospitare fino a 2000 cavalli”. Trovare e perlustrare questo enorme magazzino poteva essere la missione segreta dei cavalieri templari, poichè era noto che in esso poteva esserci l’Arca dell’Alleanza che racchiudeva un prezioso tesoro: le Tavole della Testimonianza. Secondo alcuni ricercatori, infatti, nel libro dell’Esodo si fa una netta distinzione tra le “Tavole della Testimonianza“, scritte da Dio, e i “Dieci Comandamenti”, scritti separatamente da Mosè sulle Tavole stesse. Probabilmente, San Bernardo e i Templari erano convinti che tali Tavole contenessero la Suprema Equazione dell’Armonia Cosmica, ovvero la “legge divina del numero, del peso e della misura“. Sta di fatto che, nel 1127, la ricerca in Terrasanta dei primi Templari terminò. Si dice che essi tornarono in Europa dopo aver recuperato l’Arca ed il suo contenuto, oltre ad una gran quantità d’oro e di tesori d’inestimabile valore, qui seppelliti prima che i Romani saccheggiassero il Tempio nel 70 d.C. Nel 1956, all’Università di Manchester, è stata provata l’esistenza di questo tesoro. Quell’anno, difatti, fu completata la decifrazione di un rotolo di Qumran, detto Rotolo di Rame, in cui si rivelava come un tesoro inestimabile fosse effettivamente nascosto sotto il Tempio. Al ritorno dei cavalieri, inoltre, San Bernardo scrisse:

Il lavoro è stato compiuto e i Cavalieri sono stati inviati in viaggio attraverso la Francia e la Borgogna, sotto la protezione del Conte di Champagne, ove si possono prendere tutte le precauzioni per evitare interferenze dell’autorità pubblica o ecclesiastica”

 

Il misterioso legame con gli Ismaeliti

Molti studiosi suppongono che la milizia del Tempio ebbe collegamenti oscuri con misteriose catene iniziatiche e praticò rituali segretissimi. Occorre, infatti, ricordare che i Monaci guerrieri si radicarono a tal punto nella realtà orientale da intrecciare profondi scambi culturali con diversi gruppi esoterici musulmani, in particolare con gli ismaeliti dello Shayk al Jabal, leggendario “Vecchio della Montagna“, con i quali sussistevano particolari affinità filosofiche. Da un punto di vista religioso i templari erano di vocazione giovannita, ovvero cultori del più ermetico dei quattro Vangeli, propensi ad una lettura più simbolica che letterale delle verità di fede. Erano inoltre, probabilmente, stati contagiati dall’eresia mandea, che riconosceva in Giovanni Battista il vero Messia. Analogamente gli ismaeliti si distinguevano dagli altri gruppi islamici per la loro convinzione che la lettura simbolica del Corano affrancasse il fedele dall’osservanza della norma.

 

Conclusione : La via del monaco guerriero

Diventare un monaco guerriero nella nostra vita vuol dire esprimere ogni giorno attraverso le nostre azioni qualità e valori morali.

Anche se nella nostra società tecnologica parlare di valori come il rispetto, la giustizia, il coraggio, l’amore verso noi stessi, verso il prossimo e verso il Creatore, la gentilezza, l’umiltà può sembrare utopistico, se focalizziamo la nostra attenzione su queste parole e in un uno stato di quiete e serenità, ce le ripetiamo a voce bassa, probabilmente già sentiamo in noi stessi una sensazione di pienezza e benessere.

La filosofia del guerriero come figura nobile, rispettoso delle regole, forte, giusto, caritatevole, difensore della giustizia, pronto ad aiutare il prossimo in difficoltà , affascina e crea nella mente e nello spirito pensieri positivi.

Vi lascio con questa bella frase di Albert Pine:

“Quello che facciamo solo per noi stessi muore con noi. Quello che facciamo per gli altri e per il mondo rimane ed è immortale.” ( Albert Pine)

 

a cura di Roberto Giovagnoni

Counselor professionista, Trainer di Training autogeno ed esperto di Angelologia

Possa la Luce illuminare e custodire il vostro sentiero!!!

Perugia   12/1/2017       Roberto Giovagnoni

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